FAQs


Presentiamo in questa sezione alcune domande frequenti e le relative risposte su alcune tematiche di approfondimento. Per ulteriori informazioni o chiarimenti non esitare a contattarci.

E’ stata recentemente proposta una nuova tecnica,detta FUE, che consiste nel rimuovere le Unità Follicolari ad una ad una, direttamente dal cuoio capelluto e con potenti mezzi di ingrandimento. Secondo i suoi promotori è un metodo meno “invasivo” che sarà adottato sempre più frequentemente. Che futuro può avere?

Se si desidera ottenere un infoltimento adeguato sarà sempre necessario rimuovere almeno 1500 FU,cosa che comporta l’esecuzione di 1500 incisioni in corrispondenza della nella nuca ( debitamente rasata), che diventano 3000 se si vuole impiegare la tecnica di James Harris ( fare seguire alla prima incisione superficiale un’altra più profonda con un bisturi circolare non tagliente, per non lesionare la FU).Dopo 1500 estrazioni con una micropinza si potrà cominciare il trapianto vero e proprio,che consiste in 1500 incisioni più 1500 inserzioni. Gli atti necessari per portare a termine una tale sessione FUE di media entità sono quindi 7500,ai quali corrisponde un numero interminabile di ore ( 10-12 e anche più).
Se l’unico vero motivo per utilizzare questa tecnica è rappresentato dalla possibilità di evitare la rimozione della classica strip dalla regione occipitale,penso che la complessità,la durata e la discutibile utilità della FUE rappresentino oggi elementi che ne sconsigliano il suo impiego di routine per la maggior parte degli specialisti. Peraltro la FUE è ancora in fase di evoluzione e non esiste uno standard comune nel suo utilizzo: per ora ha senso utilizzarla solo in casi circoscritti,come esiti di ustioni ed altre alopecie cicatriziali,e per sessioni ridotte.

Esiste la possibilità che i capelli trapiantati non ricrescano? Perché qualcuno parla di fattore “X”?

Verso il finire degli anni ‘80 alcuni specialisti,tra cui O’Tar Norwood,introdussero il termine “X-factor” per definire quei casi inspiegabili in cui l’intervento aveva dato risultati scarsi o nulli. Infatti in circa l’1 % dei trapianti era stata segnalata una minima ricrescita dei grafts (allora di 4mm di diametro) anche se la tecnica utilizzata era sempre la stessa e non esistevano condizioni che potessero indurre a sospettare un tale insuccesso. Al riguardo sono stati fatti vari studi e proposte diverse teorie,tra cui le più consistenti attribuivano la scarsa ricrescita ad un danno traumatico dei follicoli al momento della preparazione dei grafts o della loro inserzione oppure ad una carente ossigenazione della zona ricevente.
Più recentemente è stato proposto il termine “H-factor” per definire in particolare tutti quei fattori connessi alle tecniche dell’intervento e che possono influenzare in modo negativo il risultato. Il principale è sicuramente costituito dal “fattore umano”, che si attua attraverso un danno,spesso involontario e invisibile, alle strutture del follicolo per una esagerata pressione della punta delle micropinze durante la fase di inserzione oppure per una prolungata permanenza delle Unità Follicolari (FU) fuori dal loro mezzo di conservazione.
Ma anche un eccessivo protrarsi del tempo dell’intervento,con conseguente  affaticamento dell’équipe,può portare ad una perdita della necessaria      concentrazione e della cura nell’inserire le FU. Un altro fattore è rappresentato da una condizione di ischemia consecutiva al “dense packing” (una concentrazione esagerata di incisioni per cm/2 ).
Pertanto allo stato attuale si ha la convinzione che,agli effetti di un buon risultato, sia molto più importante come si maneggiano le FU piuttosto di quante se ne impiantano e quindi non conta tanto quanti capelli si possono inserire ma quanti ne ricresceranno!

E’ giusto consigliare l’autotrapianto ad un giovane di vent’anni con una calvizie IV grado Norwood?

L’orientamento di fronte ad un giovane con una calvizie in evoluzione è cambiato profondamente da quando è disponibile la finasteride. Se dopo avere intrapreso un trattamento con questo farmaco si ha la certezza che la caduta si sia stabilizzata ed esiste una buona zona donatrice,non mi sembra logico dire a questo giovane di aspettare altri dieci anni prima di infoltire la sua zona fronto-temporale e post-hairline,come sostiene di fare qualche collega americano. Ad un ventenne un po’ di capelli in più servono subito e se,dopo avere valutato con attenzione il caso,esistono le condizioni favorevoli per un buon risultato,mi sembra logico sottoporlo ad un intervento. Anche perché in caso contrario non è improbabile che si possa indirizzare verso i capelli artificiali o una parrucca. Naturalmente un giovane con un IV-V Norwood che entra in clinica con in mano una foto di quando aveva 14 anni e con la speranza di recuperare l’attaccatura da adolescente, non sarà mai considerato un candidato idoneo per l’autotrapianto.

Lei esegue gli interventi di autotrapianto esclusivamente in cliniche molto attrezzate. Esiste qualche motivo particolare alla base di tale scelta?

Per chi non ha mai avuto esperienze in passato,il primo impatto con un’atmosfera asettica e forse un po’ fredda come quello di una clinica può incutere una sorta di preoccupazione. Tuttavia il paziente si rende presto conto che l’ambiente è molto amichevole e viene rassicurato dall’efficienza di tutta l’équipe. La presenza continua di anestesisti,un monitoraggio costante ed una struttura con tutti i mezzi per fronteggiare qualunque evenienza costituiscono elementi di sicurezza che un normale studio medico non potrà mai offrire. Un altro innegabile vantaggio è poi rappresentato dalla possibilità di restare in clinica per una notte. Per quanto non risulti necessaria un’assistenza medica vera e propria,non appare conveniente “parcheggiare” il paziente in qualche albergo dopo l’autotrapianto. Anche se tutto l’intervento avviene in anestesia locale,ritengo che la prudenza in questi casi non sia mai eccessiva,specie da quando gli autotrapianti possono durare svariate ore. Qualcuno mi ha riferito che in alcuni centri americani viene permesso al paziente di fare una “pausa pranzo” durante la quale può mangiare liberamente quanto vuole. Da noi gli anestesisti fanno già una faccia perplessa quando sentono che il paziente ha preso un caffè-latte un paio d’ore prima. Non oso immaginare la loro espressione se qualcuno chiedesse se può avere un piatto di pastasciutta nel bel mezzo del trapianto.

Cosa ne pensa di interventi che durano oltre le 10 ore o addirittura due giorni?

Ritengo che autotrapianti che superano le 6-7 ore possano soltanto rappresentare un inutile stress per il paziente ed anche per l’équipe che esegue l’intervento. Bisogna inoltre ricordare che certi autotrapianti che durano 10 o più ore avvengono in ambienti non sempre perfettamente idonei ad interventi chirurgici così lunghi,spesso senza la presenza di un anestesista e con un numero non adeguato di assistenti. Questo spiega anche il protrarsi così esagerato dell’intervento.

Tuttavia alcuni specialisti affermano di aver trapiantato oltre 6000 FU in un’unica seduta e di aver così battuto ogni record.

Se a me ed a tutti i miei assistenti venisse un giorno l’improbabile raptus di conquistare un nuovo record, probabilmente con infinita pazienza riusciremmo anche nell’impresa,ma finiremmo,se tutto va bene, nel cuore della notte e con un terribile mal di testa,paziente compreso. Sono certo che tutto questo non avrebbe alcun riscontro pratico ma solo un intento puramente pubblicitario. Al di là del fatto che non riteniamo eticamente corretto obbligare qualcuno a stare su un lettino operatorio per oltre 15 ore soltanto per battere un record. Di fronte a certi proclami,l’unica cosa che mi viene in mente è un proverbio ( che é anche il titolo di una bella commedia) in dialetto lombardo: “Chi vusa pusè, la vaca l’é sua “.

Oltre questa costante tendenza a trapiantare un numero sempre maggiore di FU,cos’altro differenzia gli specialisti europei da quelli d’oltre atlantico ? Ricordiamo che un’indagine dell’ American Academy of Cosmetic Surgery (AACS), limitata solo ai membri di tale associazione,ha dimostrato che in USA nel 1990 sono stati fatti 57.000 trapianti di capelli mentre nel 1996 il loro numero arriva a 210.000,con un aumento del 38%. Si calcola che nel 2000 gli autotrapianti siano triplicati. Secondo Men’s Journal e The Washington Post il mercato degli Autotrapianti ha superato in USA il miliardo di dollari per il 2003.

I centri USA si muovono sempre dietro rigorose strategie di marketing ed avendo a disposizione margini più ampi di informazione e di pubblicità non tralasciano alcun mezzo per coinvolgere i potenziali pazienti ( 170 milioni solo in USA ) attraverso accattivanti messaggi che esperti della comunicazione hanno loro abilmente confezionato.
Inoltre uno specialista in autotrapianti che comincia ad avere parecchi centri in diversi stati americani e magari anche in Europa, deve trasformarsi inevitabilmente in un imprenditore ed è costretto a passare più tempo a discutere di strategie di mercato con i suoi manager piuttosto che ad eseguire personalmente gli interventi. Che saranno invece portati a termine da altri medici con minor esperienza : quindi con insoddisfazione dei pazienti e con le inevitabili conseguenze negative che ne derivano. L’America è il paese dei grandi numeri, anche nel bene e nel male.

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